Il Fondatore - Mani Unite Onlus

Il Fondatore

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L'incontro con Veziano Armandi fu uno scambio di sguardi.
Lui, schivo e apparentemente distaccato; io, chiacchierone e pieno di entusiasmi da scaricare. Ma in qualche modo ci capivamo e sentivamo di avere un comune denominatore: la passione per l’Africa e il bisogno di un sogno per sentirsi vivi.
Ero al mio primo incontro con il Mozambico e viaggiavamo insieme nel centro-nord del paese, con il compito di documentare alcune delle realtà che Veziano, attraverso il Centro Cooperazione Sviluppo, l'associazione da lui fondata, ha contribuito a realizzare nel corso de¬gli anni. Nei lunghi e torridi trasferimenti mi raccontava, con il suo tono calmo e rassicurante, di bambini di strada, delle atrocità della guerra civile, delle vedove mozambicane, donne forti come l’acciaio e vera struttura portante della società. Mi parlava del lavoro dei missionari, infaticabile e spesso poco conosciuto, di scuole costruite dove prima non esistevano, di pozzi dispensatori di vita e di speranza per intere comunità ma, soprattutto, mi parlava dei “suoi” bambini, ormai migliaia,che grazie al suo sogno diventato realtà, hanno potuto vivere, crescere, studiare e divenare donne e uomini, per un Mozambico ed un mondo migliore.

Un lavoro di molti anni, fatiche, frustrazioni e sacrifici che Veziano Armandi ha potuto realizzare grazie alla disponibilità e alla passione dei suoi collaboratori e alla fiducia di migliaia di “persone normali” che lo hanno voluto aiutare attraverso il sostegno a distanza di un bambino.

Mario Morales Molfino
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Quando è iniziata la tua esperienza di solidarietà?
È iniziata nel 1986, quando mi sono recato a visitare mio fratello che stava lavorando in Mozambico e, come spesso accade a coloro che per la prima volta si recano in paesi molto poveri, sono rimasto colpito dalla drammatica condizione in cui si trovava la maggior parte della popolazione, ed in particolare i bambini, a causa della guerra civile allora in corso. Sono tornato in Italia con l’intenzione di rendersi utile per contribuire a mitigare la sofferenza e la disperazione che avevo visto, costituendo un’associazione, il Centro Ligure per la Cooperazione e lo Sviluppo divenuto, poco tempo dopo, il Centro Cooperazione Sviluppo (CCS), attraverso cui sono state realizzate molte iniziative a favore della condizione minorile in Mozambico.

Come sei riuscito a conciliare il tuo lavoro con i nuovi impegni?
In modo molto semplice: lasciando l’impresa in cui lavoravo ed investendo la liquidazione nello sviluppo dell'associazione. La mia è stata una scelta radicale ma avevo deciso di abbracciare quella realtà a qualunque costo e coinvolgersi personalmente nell’aiuto concreto. Ho vissuto questa scelta come una missione ed ancor oggi, a distanza di anni, la volontà e la determinazione sono rimaste quelle di un tempo.

Quali sono state le prime attività realizzate attraverso l'associazione che hai fondato?
Le attività in Mozambico hanno tutte avuto inizialmente un denominatore comune: il sostegno all’infanzia colpita dagli effetti della guerra. Nell’estate del 1989 ho conosciuto una missionaria Francescana che aveva appena creato un piccolo centro di ospitalità per i bambini abbandonati. Questa è stata la prima iniziativa sostenuta e divenuta in seguito il Villaggio della Pace.
L’anno seguente è iniziata una collaborazione con le missionarie Dominicane in un altro progetto analogo, la Casa della Speranza. A queste collaborazioni ne sono seguite altre negli anni successivi con la Diocesi di Beira e quella di Quelimane, con le Sorelle dei Poveri e i Missionari comboniani.
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Come era la situazione in quel periodo?
Molto difficile. Non si intravedeva la fine della guerra. Nelle campagne venivano bruciati i villaggi ed i raccolti. I guerriglieri uccidevano le persone e le rapivano per costringerle a lavorare per loro o a combattere. In molte località la gente moriva letteralmente di fame. Nelle città i negozi erano vuoti ed i pochi generi alimentari di importazione occorreva pagarli in dollari che solo gli stranieri possedevano. Mancava continuamente l’energia elettrica e spesso l’acqua. Le comunicazioni erano difficoltose e ci si spostava da una città all’altra solo in aereo. Coloro che riuscivano a raggiungere le città erano fortunati, perché potevano contare nel sostegno delle organizzazioni internazionali che assicuravano un minimo di alimentazione.

Poi nel 1992 vi è stato l’accordo di pace…
Nell’ottobre del 1992 è stato firmato a Roma l’accordo di pace che metteva fine a 17 anni di guerra civile. Ma si presentavano problemi nuovi e nuove priorità, come la necessità di consentire agli sfollati, circa quattro milioni, di far ritorno alle loro località di origine e di poter ricominciare a vivere. Occorreva però creare le condizioni perché il loro ritorno fosse definitivo. Nel 1993 abbiamo ricevuto il primo contributo dell’Unione Europea per la realizzazione di un centro di formazione professionale e, sempre nello stesso anno, abbiamo provveduto a distribuire sementi e attrezzi agricoli ad oltre cinquemila famiglie nei distretti a sud della provincia di Sofala.
Vorrei ricordare un altro grande contributo apportato al miglioramento della condizione minorile: il Centro dei Santi Innocenti, una struttura che ospita oltre 160 minori orfani o con problemi familiari, gestita dalle Sorelle dei Poveri. È stata una realizzazione che mi ha impegnato oltre due anni, tra problemi e difficoltà di ogni genere, ma è stata un’esperienza unica e irripetibile.

Quando è iniziato il sostegno a distanza?
Verso la fine del 1994. Si poneva infatti, per i bambini ospitati nei centri che stavamo sostenendo, la questione di garantire nel tempo alimentazione, cure mediche e materiale scolastico. Ricordo che conversando su tali aspetti con un missionario, egli mi parlò delle sue esperienze sul sostegno a distanza, incoraggiandomi a seguire il suo esempio. Decidemmo quindi di percorrere questa strada e ben presto iniziarono a pervenire le prime adesioni. Successivamente il sostegno a distanza venne esteso anche in molte località e villaggi colpiti dalla guerra civile, dove una gran parte di giovani non aveva avuto la possibilità di accedere all’istruzione.

Negli anni seguenti…
Negli anni seguenti il numero dei minori sostenuti è aumentato notevolmente così come gli interventi realizzati, prevalentemente nel settore educativo. Partendo dal fatto che l’analfabetismo rappresenta una delle maggiori cause della povertà, ci siamo posti l’obiettivo di favorire la frequenza scolastica mediante la distribuzione di materiale didattico, la realizzazione di edifici scolastici e l’alfabetizzazione degli adulti.
Sono stati anni di sacrifici e di difficoltà, ma anche di grande soddisfazione per tutto quello che è stato portato a termine. L'associazione che avevo a suo tempo fondato, oltre a garantire la frequenza scolastica a migliaia di bambini, ha realizzato decine di interventi sociali nei più diversi settori: emergenza, educazione, sviluppo comunitario, formazione professionale, sostegno alla condizione femminile, sempre nel pieno rispetto della cultura e delle realtà locali.
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Come giudichi questa tua esperienza?
Certamente positiva. Ho vissuto e sto vivendo un’esperienza unica che ha dato un significato nuovo alla mia vita e che mi ha permesso di vedere il mondo dall'altra parte, quella parte che la maggior parte delle persone non conosce, a volte neppure gli europei che vivono qui. Vorrei sottolineare anche i momenti di difficoltà o i momenti in cui ci si sente impotenti davanti alla realtà quotidiana ma d'altra parte non è possibile intervenire in tutte le situazioni. Quando vado nei villaggi e vedo i bambini andare a scuola con gli abiti rattoppati, un quaderno sgualcito e una matita consumata, non posso fare a meno di pensare ai nostri bambini, agli zainetti colorati, al corredo di matite e penne che si portano dietro o allo scuolabus che li accompagna, mentre qui i bambini a volte devono percorrere chilometri e chilometri per poi entrare in una scuola di paglia, sedersi sul pavimento e scrivere con il quaderno appoggiato alle ginocchia. E sono fortunati rispetto agli altri che sono costretti a rinunciare alla scuola. Pensare che basterebbe veramente poco per garantire la scuola a tutti i bambini

Come giudichi la figura del volontario o comunque di colui che sceglie di lavorare in un paese in via di sviluppo?
Chi intende apportare il proprio contributo allo sviluppo e decide di proporsi come volontario o cooperante deve avere delle buone conoscenze tecniche e professionali. Deve proporsi come una presenza qualificante. Ho conosciuto persone che hanno scelto questa strada come fuga da realtà frustranti o fallimentari nei propri paesi. L'Africa, dopo essere stata colonizzata per centinaia d'anni, non può diventare il raccoglitore delle persone frustrate o fallite. Soprattutto occorre solidarietà, umiltà e sobrietà, qualità indispensabili per un volontario o comunque per colui che si inserisce in un progetto di cooperazione.

Oggi thai lasciato il CCS, l’associazione che avevi fondato anni fa. Quali sono stati i motivi di questa scelta?
Sento di essere giunto alla conclusione di un periodo appagante della mia vita ma in cui è arrivato il momento di voltare pagina e vivere altre esperienze.
Dal 2003, anno in cui mi sono dimesso dalla carica di presidente del CCS, trascorro gran parte del mio tempo in Mozambico e mi sono reso conto che lo sviluppo di questo paese, come d’altronde degli altri paesi poveri, deve avvenire anche attraverso il contributo della società civile, delle associazioni locali le quali devono essere messe in grado di contribuire allo sviluppo. In Africa vi sono molte Ong straniere che a volte impongono interventi avulsi dalla vita quotidiana delle persone mentre dovrebbero cooperare maggiormente con le associazioni locali per aiutarle a crescere e fare crescere i loro paesi. La scelta di offrire la mia esperienza e la mia disponibilità ad alcune realtà mozambicane è stata ispirata da un percorso naturale, un punto di arrivo dopo molti anni trascorsi a collaborare allo sviluppo di questo Paese ed anche uno stimolante punto di partenza per iniziare nuovi percorsi di solidarietà con il popolo mozambicano.

Quindi il tuo futuro è in Africa?
Per i prossimi anni, certamente. Non si può rimanere indifferenti davanti ai bambini orfani o che vivono in condizioni di estrema povertà. Devono avere un’istruzione, devono accedere a servizi qualificati, devono avere la speranza di un futuro migliore e devono diventare cittadini preparati a dare il proprio contributo per lo sviluppo del loro Paese. Da lontano è difficile intervenire. Per capire e fare le cose giuste bisogna stare sul posto, immergersi nella realtà locale ed offrire il proprio impegno e la propria disponibilità. Ed è proprio quello che spero di fare, fino a che le forze me lo consentiranno.

Beira (Mozambico), novembre 2011
 
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