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Perché Mani Unite

Storia Mani Unite Mozambico
Quelimane (Mozambico), 1986

Perché Mani Unite

Era il 1986 quando il nostro fondatore, Veziano Armandi, in occasione di una visita in Mozambico a quel tempo sconvolto dalla guerra civile, rimasto colpito dalla dura situazione di quel Paese, si rese conto che per mitigare gli effetti dell’estrema povertà in cui viveva la popolazione e in particolare i bambini, non erano necessari i grandi progetti di organizzazioni umanitarie internazionali i cui costi gestionali spesso superavano quelli degli aiuti, ma piuttosto azioni più modeste, ma concrete, in grado di garantire istruzione,  nutrizione e sostegno sanitario.

Lascia senza troppe nostalgie le passeggiate domenicali, le ferie in montagna e le serate davanti alla televisione per scegliere, con determinazione, il rischio della malaria, delle malattie tropicali, i dolori e la povertà di una terra martoriata per stare al fianco di coloro che, un giorno dopo l’altro, inventavano la propria vita per assicurarsi un minimo di sopravvivenza, e decide di creare un’organizzazione per coordinare i primi aiuti destinati alle missioni cattoliche.

Nei successivi 20 anni, l’organizzazione creata da Veziano con l'aiuto dei due fratelli, darà un importante contributo per la riconciliazione sociale e la ricostruzione del Mozambico dopo la fine del conflitto. Decine di migliaia di bambini hanno avuto un sostegno nel settore dell’istruzione e della nutrizione. Nuovi edifici scolastici hanno accolto alunni sino ad allora costretti a seguire le lezioni sotto un albero, decine di villaggi hanno avuto finalmente acqua pulita e sicura mentre migliaia di giovani sono divenuti falegnami, carpentieri e sarti, affrancandosi dalla povertà e diventando protagonisti del proprio sviluppo.

Veziano nel 2007, decidendo di stabilirsi in Mozambico, fonda Mani Unite, una realtà composta prevalentemente da africani, continuando le attività di sviluppo al fianco degli ultimi. “Il nostro lavoro in Africa prosegue perché vi sono altri drammi da affrontare: nuove malattie, nuove povertà materiali e morali, le migrazioni, i cambiamenti climatici, i conflitti. Il nostro è un piccolo contributo che, sommato a quello delle tante organizzazioni umanitarie che lavorano per il bene dell’Africa, darà un giorno i suoi frutti. Non dimentichiamo le parole di Daniele Comboni: salvare l’Africa con l’Africa”. 

L'intervista

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  Una testimonianza di solidarietà

Pubblichiamo l'intervista a Veziano Armandi apparsa sul Messaggero di Gesù alcuni anni fa, per testimoniare come anche un laico, dotato di sensibilità umana e cristiana, possa essere un missionario.

 

Testimone e collaboratore attivo nella riconciliazione e la ricostruzione del tessuto sociale in Mozambico dopo la guerra civile, Veziano ha offerto a migliaia di minori la possibilità di frequentare la scuola e diventare falegnami, idraulici, artigiani, sarte, dattilografe contribuendo allo sviluppo del loro Paese senza dover un giorno emigrare.

 

Un lavoro iniziato nel 1986 e fatto di frustrazioni e sacrifici che Veziano ha potuto realizzare grazie alla disponibilità dei suoi collaboratori e alla fiducia di migliaia di persone che lo hanno seguito in questo percorso di solidarietà.

Riportiamo la sintesi dell'intervista realizzata dal giornalista Mario M. Molfino

Lui, schivo e apparentemente distaccato; io, chiacchierone e pieno di entusiasmi da scaricare. Ma in qualche modo ci capivamo e sentivamo di avere un comune denominatore: la passione per l’Africa e il bisogno di un sogno per sentirsi vivi.
Ero al mio primo incontro con il Mozambico e viaggiavamo insieme nel centro-nord del paese, con il compito di documentare alcune delle realtà che Veziano, attraverso l'associazione da lui fondata, ha contribuito a realizzare nel corso de­gli anni. Nei lunghi trasferimenti mi raccontava, con il suo tono calmo e rassicurante, di bambini di strada, delle atrocità della guerra civile, delle vedove mozambicane forti come l’acciaio. Mi parlava del lavoro dei missionari, infaticabile e poco conosciuto, di scuole costruite dove prima non esistevano, di pozzi dispensatori di vita e di speranza per intere comunità ma, soprattutto, mi parlava dei “suoi” bambini, ormai migliaia, che grazie al suo sogno diventato realtà, hanno potuto vivere, crescere, studiare e divenare donne e uomini, per un Mozambico e un mondo migliore.


Un lavoro di molti anni, fatiche, frustrazioni e sacrifici che Veziano ha potuto realizzare grazie alla disponibilità e alla passione dei suoi collaboratori e alla fiducia di migliaia di persone che lo hanno voluto aiutare attraverso il sostegno a distanza di un bambino.

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Come ha avuto inizio la tua esperienza?

È iniziata nel 1986, quando mi sono recato a visitare un mio familiare che stava lavorando in Mozambico e, come spesso accade a coloro che per la prima volta si recano in paesi molto poveri, sono rimasto colpito dalla drammatica condizione in cui si trovava la maggior parte della popolazione, e in particolare i bambini, a causa della guerra civile allora in corso.

Sono tornato in Italia con l’intenzione di rendermi utile per contribuire a mitigare la sofferenza e la disperazione che avevo visto, costituendo un’associazione attraverso cui sono state realizzate molte iniziative a favore della condizione minorile in Mozambico e Angola.

Come hai conciliato il tuo lavoro con i nuovi impegni?
In modo molto semplice: lasciando l'azienda in cui lavoravo e investendo i risparmi nello sviluppo dell'associazione. La mia è stata una scelta radicale ma avevo deciso di abbracciare quella realtà a qualunque costo e coinvolgermi totalmente nell’aiuto concreto. Ho vissuto questa scelta come una missione e ancora oggi, a distanza di anni, la volontà e la determinazione sono rimaste quelle di allora.

Quali sono state le prime attività realizzate attraverso l'associazione che hai fondato?
Le attività in Mozambico hanno tutte avuto inizialmente un denominatore comune: il sostegno all’infanzia colpita dagli effetti della guerra. In Mozambico ho conosciuto una missionaria Francescana che aveva appena creato un piccolo centro di ospitalità per i bambini abbandonati. Questa è stata la prima iniziativa sostenuta.
L’anno seguente è iniziata una collaborazione con le missionarie Dominicane in un altro progetto analogo, la Casa della Speranza. A queste collaborazioni ne sono seguite altre negli anni successivi con la Diocesi di Beira e quella di Quelimane, con le Sorelle dei Poveri, i missionari comboniani le missionarie Salesie.

Come era la situazione in quel periodo?
Molto difficile. Non si intravedeva la fine della guerra. Nelle campagne venivano bruciati i villaggi e i raccolti. I guerriglieri uccidevano le persone e le rapivano per costringerle a lavorare per loro o a combattere. In molte località rurali la gente moriva letteralmente di fame. Nelle città i negozi erano vuoti ed i pochi generi alimentari di importazione occorreva pagarli in dollari che solo gli stranieri possedevano. Mancava continuamente l’energia elettrica e spesso l’acqua. Le comunicazioni erano interrotte e ci si spostava da una città all’altra solo in aereo, quando si trovava il carburante...

 

Poi vi è stato l’accordo di pace.
Negli anni Novanta è stato firmato a Roma l’accordo di pace per il Mozambico. Per l'Angola la pace è arrivata solo nel 2002. Ma si presentavano problemi nuovi e nuove priorità: vi erano quattro milioni di sfollati che dovevano rientrare nei loro villaggi, vi erano migliaia di bambini orfani, vi erano milioni di mine che impedivano la semina, le poche industrie erano distrutte: bisognava ricostruire una Nazione. Nel 1993 sono arrivati i primi contributi dall'Unione Europea e abbiamo dato il nostro contributo nel settore dell'educazione.
Vorrei ricordare un altro grande contributo apportato al miglioramento della condizione minorile con la realizzazione del Villaggio dei Santi Innocenti, una struttura che ospitava centinaia di orfani. (Oggi questo complesso è divenuto sede di un seminario).


Quando è iniziato il sostegno a distanza?
Nel 1994. Si poneva infatti, per i bambini ospitati nei centri che stavamo sostenendo, la questione di garantire nel tempo alimentazione, cure mediche e materiale scolastico. Ricordo che conversando su tali aspetti con un missionario, mi ha consigliato il sostegno a distanza, incoraggiandomi a seguire il suo esempio. Decidemmo quindi di percorrere questa strada e ben presto iniziarono a pervenire le prime adesioni. Successivamente il sostegno a distanza venne esteso anche in molte località e villaggi colpiti dalla guerra civile, dove una gran parte di giovani non aveva avuto la possibilità di accedere all’istruzione. (Oggi sono tra Mozambico, Angola e Zambia sono oltre 20mila i bambini sostenuti).

E negli anni seguenti…
Negli anni seguenti il numero dei minori sostenuti è aumentato notevolmente così come gli interventi realizzati, prevalentemente nel settore educativo. Partendo dal fatto che l’analfabetismo rappresenta una delle maggiori cause della povertà, ci siamo posti l’obiettivo di favorire la frequenza scolastica mediante la distribuzione di materiale didattico, la realizzazione di edifici scolastici e l’alfabetizzazione degli adulti.
Sono stati anni di sacrifici e di difficoltà, ma anche di soddisfazioni per tutto quello che è stato portato a termine. L'associazione che avevamo costituito, oltre a garantire la frequenza scolastica a migliaia di bambini, ha realizzato molti interventi sociali nei più diversi settori: emergenza, educazione, sviluppo comunitario, formazione professionale, sostegno alla condizione femminile, sempre nel pieno rispetto della cultura e delle realtà locali.


Quindi il tuo futuro è in Africa?

Per i prossimi anni, certamente. Non si può rimanere indifferenti davanti ai bambini orfani o che vivono in condizioni di estrema povertà. Devono avere un’istruzione, devono accedere a servizi qualificati, devono avere la speranza di un futuro migliore e devono diventare cittadini preparati a dare il proprio contributo per lo sviluppo del loro Paese. Da lontano è difficile intervenire. Per capire e fare le cose giuste bisogna stare sul posto, immergersi nella realtà locale ed offrire il proprio impegno e la propria disponibilità.

Ed è proprio quello che spero di fare, fino a che le forze me lo consentiranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Mani Unite Mozambico. Tutela infanzia.

TUTELA INFANZIA

Mani Unite Mozambico. Sostegno distanza. Adozione distanza.

SOSTEGNO A DISTANZA

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