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L'Italia fa acqua da tutte le parti.

Non è un problema nuovo. Da anni leggiamo inchieste e report che denunciano la fatiscenza e i problemi della rete idrica italiana, quello che sorprende è che sia stato fatto poco o nulla per arginarli.



Secondo i dati raccolti da Istat nel report "Censimento delle acque per uso civile", pubblicato nel 2019 , il volume di acqua per uso potabile prelevato nel Belpaese, per gli usi domestici, pubblici, commerciali, artigianali, nonché industriali e agricoli che rientrano nella rete nazionale, è pari a 9,2 miliardi di metri cubi l’anno.

Se è vero che a partire dal 2008 i consumi idrici nei comuni italiani sono più virtuosi e registrano una diminuzione costante anche di acqua per uso potabile (con un -2,7% sul 2015), continua a crescere l’acqua che neanche arriva al nostro rubinetto: “nel 2018 il volume delle perdite idriche totali nella fase di distribuzione dell’acqua, calcolato come differenza tra i volumi immessi in rete e i volumi erogati, è pari a 3,4 miliardi di metri cubi”. Così, indipendentemente dall’uso più o meno virtuoso che noi consumatori ne possiamo fare, l’acqua, bene comune sempre più prezioso in tempi di siccità e cambiamenti climatici, viene pubblicamente e quotidianamente sprecata.


Complessivamente si perde il 42,0% dell’acqua immessa in rete, e nonostante centinaia di interventi di risanamento, più emergenziali che strutturali, si registra un incremento delle perdite totali percentuali, pari a circa mezzo punto, rispetto al 2015, a conferma della grave inefficienza dell’infrastruttura idropotabile italiana. Per l’Istat la presenza di perdite è direttamente proporzionale al gran numero di allacci e all’estensione della rete.


Una parte è fisiologica, incide inevitabilmente su tutte le infrastrutture idriche e varia generalmente tra il 5% e il 10%; una parte è fisica ed è associata al volume di acqua che fuoriesce dal sistema di distribuzione a causa di vetustà degli impianti, corrosione, deterioramento o rottura delle tubazioni o giunti difettosi, componente prevalente soprattutto in alcune aree del territorio; una parte è amministrativa, determina anche una perdita economica per l’ente, ed è legata a errori di misura dei contatori (volumi consegnati ma non misurati, a causa di contatori imprecisi o difettosi) e ad allacci abusivi (volumi utilizzati senza autorizzazione), ed è stimata intorno al 3-5%”. In riferimento all’acqua prelevata dalle fonti di approvvigionamento questo significa che in Italia la dispersione in rete è quantificabile in 156 litri al giorno per abitante.



Stimando un consumo pro capite pari alla media nazionale, per Istat il volume di acqua disperso nel 2018 soddisferebbe le esigenze idriche di circa 44 milioni di persone per un intero anno. Ma com’è possibile? I principali problemi legati alla dispersione idrica sono rimasti di competenza degli enti locali, che nella stragrande maggioranza dei casi si occupano di gestire direttamente sia la risorsa, che l’infrastruttura. Sebbene il numero di gestori pubblici attivi nel settore idrico in Italia sia molto ridotto, questa spiccata parcellizzazione gestionale, al momento non aiuta a ridurre le perdite di rete: i gestori che operano in Italia nel campo dei servizi idrici per uso civile nel corso del 2018 sono stati 2.552; nell’83% dei casi si tratta di gestori in economia (2.119), ovvero enti locali, e nel restante 17,0% di gestori specializzati (433).

Per colmare il gap infrastrutturale accumulato nei decenni passati sono necessari ingenti investimenti, il cui finanziamento e la cui concreta realizzazione sul piano tecnico possono essere assicurati solo se ben finanziati e ben coordinati. Ad oggi gli investimenti nel servizio idrico nazionale ammontano a 3,6 miliardi di euro/anno, in netto aumento rispetto al 2013, ma per risolvere i problemi occorre crescere ancora per arrivare almeno alla quota di 5 miliardi di euro/anno, finanziati anche attraverso la tariffa idrica, ritenuta necessaria dalle aziende di settore.


Diminuire le perdite idriche e aumentare la qualità dell’acqua del rubinetto sarebbe non solo un importante risparmio di risorse naturali, ma anche un beneficio economico per i cittadini, contando che nel 2017 la spesa media mensile di una famiglia per il consumo di acqua minerale è stata pari a 11,94 euro, contro i 14,69 euro legati alla fornitura di acqua nell’abitazione ogni famiglia. Rispetto al 2014, si osserva una crescita delle spese familiari per acqua minerale (+20,6%) maggiore rispetto a quelle per la fornitura di acqua alle abitazioni (+11,8%). Proprio per questo migliorare la qualità della rete idrica potrebbe diventare un vantaggio per tutti gli utenti, sia economico che ambientale.


Fonte: Unimondo


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