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Diario di viaggio - 3



Continuiamo il nostro viaggio alla scoperta della città di Beira, la seconda città del Mozambico, visitando il Grand Hotel, un tempo simbolo dell’orgoglio lusofono in Africa e oggi simbolo della povertà.

Benvenuti dunque al Grand Hotel di Beira dove, da decenni, c’è il “tutto esaurito”.


Anni Sessanta

1971. Sofia si ricorda ancora quando saliva l’ampio scalone del Grand Hotel di Beira ed entrava nella sala da tè dopo aver nuotato nella piscina. La sala aveva mobili di legno pregiato, lampadari di cristallo, sedie di velluto, fotografie di paesaggi alpini alle pareti e nei negozi al primo piano era possibile acquistare gli stessi abiti alla moda venduti in Europa.

Il ristorante possedeva eccellenti cuochi e il grande salone da ballo con l’aria condizionata, una novità per l’epoca, attirava la vita notturna della città. Possedeva persino un casinò che però non funzionò mai per l’intervento dell’allora vescovo di Beira e le pressioni del governo della Rhodesia (oggi Zimbabwe), preoccupato per la concorrenza che potevano subire le sale da gioco di Mutare e Salisbury (oggi Harare).

Il Grand Hotel oggi

2021. Joana, nell’atrio del Grand Hotel espone lattine di bibite, biscotti e frutta su un piccolo banco di legno con in braccio il suo quarto figlio che ogni tanto allatta. I suoi clienti sono le famiglie che vivono nell’oscurità di stanze e corridoi, senza acqua né energia elettrica. « I miei genitori sono venuti nel 1982 per fuggire dalla guerra – spiega - Ho sempre vissuto qui con i miei figli. Le autorità hanno cercato di mandarci via perché sostengono che l’edificio è pericolante, ma pochi di noi se ne sono andati e il loro posto è stato subito preso da altri ».



Fuori il sole illumina il grande edificio curvilineo con tre piani, grandi scaloni, lunghi e ampi corridoi inaugurato nel 1953, a quell’epoca il più grande albergo del Mozambico e uno dei maggiori d’Africa, simbolo del sogno coloniale del passato, di una guerra civile durata oltre quindici anni e della povertà di oggi.



Avrebbe dovuto attirare i turisti nella città del futuro, destinata a diventare la nuova capitale, ma non ha funzionato: Beira, in origine un porto di mare utilizzato per far giungere le merci ai paesi dell’interno, non ha mai avuto una vocazione turistica, anche se, come seconda città del Mozambico, ha sempre voluto competere con la capitale e il Grand Hotel ne è un esempio.



Il declino iniziò poco dopo l’indipendenza: dal 1978 al 1980 venne utilizzato come carcere per i prigionieri politici in attesa di essere condotti nei campi di rieducazione e, nel corso degli anni Ottanta, ai prigionieri si sostituirono i profughi in fuga dalle campagne devastate dalla guerra.



Oggi di questo colosso con 116 stanze è rimasto solo il cemento: tutto il legno dei pavimenti, delle finestre e delle porte è stato asportato e utilizzato come legna da ardere, il metallo degli ascensori tolto, le tappezzerie strappate, le sedie e i mobili venduti.



Nei corridoi oscuri i bambini giocano pericolosamente vicino ai vani vuoti degli ascensori utilizzati come depositi di rifiuti. L’elettricità manca da decenni e l’acqua viene prelevata in pozzi scavati nel grande giardino incolto. Quello che era uno dei maggiori hotel africani, oggi è una rovina segnata dal tempo e dall’incuria, dove risiedono quasi un migliaio di persone che cucinano con piccoli fornelli a carbone e la sera utilizzano candele o lumi a petrolio.



Ma, nonostante tutto, i residenti si sono organizzati: l'ex Grand Hotel è una piccola città che possiede una sua economia informale, le sue attività, una sala per pregare e un comitato che provvede a risolvere le questioni comuni.


Molti sostengono che il Grand Hotel sia abitato da malfattori ed hanno timore di passarvi vicino e neppure le automobili si fermano. Nell’oscurità della sera, si distinguono solo le deboli fiammelle delle candele sui davanzali delle finestre.









Un momento della nostra visita